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Prima che il gallo canti

La lettura dei quotidiani riserva sempre qualche sorpresa. Pensiamo di saper tutto perché oggi l’informazione è dappertutto, in cielo in terra e in ogni luogo, e invece scopriamo che non è sempre così. Stamattina per esempio, mi sono imbattuto in un’affermazione quasi evangelica a proposito di Zdeněk Zeman. A scrivere non era Marco, «Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte», ma sempre di tradimento si parlava. Il traditore sarebbe stato l’allenatore di Praga. Avrebbe tradito per ben due volte non tre, per questo siamo certi che a scrivere non sia stato Marco.
Il primo tradimento risale all’estate dello scorso anno mentre il secondo è fresco di giornata, risale a ieri, ovvero la rinuncia a tornare sulla panchina del Pescara.
Se fossi Marco scriverei che in queste due affermazioni coesistono quattro bugie e potrei fermarmi qui. Mi dovreste credere sulla parola. Ma non sono Marco, sono un giornalista è ho il dovere, se faccio delle affermazioni, di spiegare il perché.
Partiamo dal tradimento più vecchio. La scorsa estate, quando Zeman accettò la proposta della Roma di firmare un contratto biennale, non ci fu nessun tradimento perché non c’era nessun vincolo contrattuale tra il Pescara e Zeman. Al contrario Zeman aveva detto in più occasioni, anche a campionato in corso che se fosse arrivata una chiamata della Roma non avrebbe detto di no. Quindi la prima affermazione è falsa. Chi la scrive mente, sapendo di mentire. A patto, ovviamente, che chi scrive sia consapevole di ciò che scrive.
La seconda affermazione, la rinuncia a tornare sulla panchina del Pescara, è invece vera, ma è falsa l’accusa di tradimento. È falsa perché a Zeman è stata fatta una proposta e questa proposta lui ha risposto semplicemente di no. Non aveva alimentato nessuna fantasia, non si era impegnato neanche solo minimante e aveva sempre detto che avrebbe deciso con calma il suo futuro. Non il suo futuro a Pescara, ma il suo futuro.
Quindi più che un giudizio che si basa sui fatti, i due tradimenti sembrano frutto più di un’acredine personale, di cui s’ignorano i presupposti, che affermazioni supportate da fatti.
Lo stesso autore, non Marco dunque, scriveva non più tardi di qualche mese fa che la campagna acquisti del Pescara era stata un «mercato d’oro», credo che fosse proprio questa l’espressione utilizzata, e che avrebbe procurato molti utili alla società. Guardando la classifica finale della squadra sappiamo che da un punto di vista tecnico quella campagna acquisti è stata un fallimento, vedremo, tra pochi giorni, se sarà così anche da un punto di vista finanziario. I fatti, fino ad oggi, hanno dimostrato che anche quella affermazione era falsa.
Così come nell’ultimo mese aveva annunciato, a giorni alterni e a otto colonne, il ritorno di Zeman sulla panchina del Pescara. A dire la verità nei giorni pari parlava di Zeman, in quelli dispari di Giampaolo. Sappiamo oggi che non era vera né la prima notizia, tantomeno la seconda. Il nuovo allenatore del Pescara sarà Pasquale Marino.
Se fossimo negli Stati Uniti d’America, molto probabilmente, l’autore di queste notizie false pagherebbe pegno. Sono notizie false perché non si tratta di errori, quelli può commetterli chiunque, ma di notizie fondate quasi esclusivamente sul nulla. Ma siamo in Italia e in Italia la memoria collettiva non esiste e se esiste è corta, a volte cortissima. Il gallo domani mattina canterà come sempre e ci saranno ancora persone che scriveranno di falsi tradimenti, per fortuna però, in Italia, i quotidiani si leggono sempre meno. Anche perché Marco, quel Marco, non scrive più da tempo.

A Cristiano ciò che è di Cristiano e a Daniele ciò che è di Daniele

Il Pescara chiude il girone di andata con 20 punti e cinque squadre alle sue spalle. Ha segnato 17 reti e ne ha subite 35. Se il campionato terminasse oggi sarebbe salvo: perciò tutti in piedi e battiamo le mani. Battiamo le mani perché venti punti sono tanti, perché il Pescara è una neopromossa e perché le squadre che i biancazzurri si mettono alle spalle rispondono al nome di Siena, Palermo, Cagliari, Genoa e Bologna. Senza considerare che al giro di boa del campionato ha gli stessi punti della Sampdoria e del Torino ed è a due lunghezza dall’Atalanta.
Un campionato dunque, almeno fino a questo momento, molto positivo per la società diretta da Daniele Sebastiani che, in maniera ingenerosa, è stato criticato con troppa fretta e superficialità.
L’avvento sulla panchina del Pescara di Cristiano Bergodi (e del suo staff) sta portando indubbi benefici alla squadra anche se la parte più difficile, per il neo tecnico biancazzurro, inizia proprio adesso.
La vittoria contro la Fiorentina consegna alle cronache un Pescara double-face, molto attento in fase di contenimento nel primo tempo, con un insuperabile Perin che salva la squadra dal tracollo, cinico e più intraprendente nel secondo tempo. Un buon Pescara che mi è piaciuto e che ha meritato la vittoria per l’autorità con la quale ha saputo tenere testa a una squadra molto più forte da un punto di vista tecnico.
Interpellato da www.fiorentina.it prima della sfida del Franchi, per la rubrica “Penna in trasferta”, avevo detto che ciò che avrebbe fatto la differenza in campo sarebbero state le motivazioni dei calciatori, così è stato. Il Pescara è sceso in campo con la mentalità giusta, ma soprattutto molto concentrato. Gran parte del merito va ascritta al suo allenatore che in poco tempo e soprattutto con una squadra che non aveva costruito, è riuscito a trasformare un gruppo di calciatori in una squadra. Non è un merito da poco e non era scontato che ciò accadesse. Perciò credo che vada riconosciuto a Cristiano Bergodi ciò che è di Cristiano Bergodi.
Così come va riconosciuto a Daniele Sebastiani, e a tutta la società che pure era alla sua prima esperienza in serie A, la bontà del lavoro svolto in fase di costruzione della squadra. E quindi anche a Daniele (Sebastiani e Delli Carri) ciò che è di Daniele.
Da oggi dunque si può guardare al futuro con più ottimismo e anche con un po’ più di serenità. Non bisogna disperdere il lavoro svolto fino ad oggi e bisogna approfittare del mercato di gennaio per mettere a segno quei colpi che possono garantire al Pescara un girone di ritorno più tranquillo.
Serve, oggi più di ieri, un attaccante centrale in grado di garantire alla squadra otto, nove gol fino alla fine del campionato e almeno un centrocampista di qualità in mezzo al campo che possa prendere il posto dell’ottimo Togni che può diventare la prima, vera e unica alternativa al nuovo acquisto.
E infine così come ho scritto all’inizio del campionato, non si prenda Ciro Ferrara perché in contraddizione con lo stile e il progetto inaugurato con Zdeněk Zeman, oggi penso, con motivazioni analoghe, che non si debba acquistare Gaetano D’Agostino.

«Stultum est dicere: putabam»

A Napoli i tifosi delle due curve battono ritmicamente le mani. Si sentono con chiarezza i cori e la voce dei tifosi. Un tifo incessante che dura per tutti i novanta minuti della partita anche se il Napoli gioca contro l’ultima in classifica. La pressione è tanta per i protagonisti in campo. Una pressione che nasce dalla passione senza se e senza ma dei tifosi partenopei. Vale per la squadra in generale e vale, a maggior ragione, per i singoli protagonisti. Più è alta la considerazione che si ha del singolo calciatore più è alta l’attenzione. E il livello della considerazione è evidente fin dall’annuncio ufficiale delle formazioni. La voce dell’altoparlante annuncia: «Con il numero ventiquattro…Lo-ren-zo…», e il pubblico all’unisono risponde con la stessa cadenza «In-si-gne». Mi piace pensare che Pier Paolo Pasolini abbia scritto del calcio come ultima rappresentazione sacra della nostra società assistendo proprio a una partita del Napoli.
Poi inizia la partita e il sogno di bambino legato alla coreografia del tifo, ai cori, ai colori, al profumo dell’erba, che solo uno stadio di calcio sa trasmettere svanisce in quindici minuti. Il tempo necessario al Napoli di Hamsik e Cavani di segnare due gol, sfiorandone altrettanti. Svanisce il sogno perché per quanto ci si sforzi di vedere dei piccoli, ma non significativi, miglioramenti nel gioco della squadra adriatica, non si può continuare a sognare se la squadra perde sempre. Il Napoli è di un’altra categoria rispetto al Pescara e nessuno può metterlo in dubbio, ma alla fine della partita il risultato è, ancora una volta, impietoso: 5-1. E ancora una volta, come è già successo per la partita contro la Roma, in tanti evidenziano più i segnali positivi della squadra che gli aspetti negativi. Inizia la gara dei “se” e dei “ma”. Se il Pescara fosse rimasto in undici contro undici. Se fosse stato assegnato il rigore. Se Vukusic avesse sfruttato bene l’occasione che gli è capitata tra i piedi sul 2-1.
Al liceo avevo un professore di italiano e latino molto bravo e temuto da tutti i suoi studenti. Ho tanti ricordi e aneddoti legati alle sue “mitiche” interrogazioni, ma ce n’è uno che più di tutti mi è rimasto impresso. Quando qualche studente era impreparato e voleva giustificarsi adducendo improbabili cause lui, il professore, abbassava gli occhi sul registro e in maniera molto evidente faceva capire che stava scrivendo due nella casella corrispondente all’impreparato di turno. Poi alzava gli occhi dal registro, toglieva gli occhiali e si sedeva sulla scrivania. Questa pantomima durava pochi secondi che per noi duravano un’eternità. Poi schiariva la voce e proferiva in latino: «Stultum est dicere: putabam». Da quel momento in poi il silenzio regnava sovrano nella classe per interrompersi solo al suono della campanella che segnalava il cambio dell’ora. Se il mio professore di italiano e latino fosse qui ad ascoltare le giustificazioni pronunciate dopo queste ultime due partite disputate dal Pescara, e che accomunano molti sotto il cielo biancazzurro, sono certo pronuncerebbe lo stesso, identico, ammonimento.
Infine, last but not least direbbero a Londra, una breve, brevissima, considerazione su Lorenzo “il primo violino” Insigne.
Non è più il calciatore che “spacca” le partite. Pur disputando una buona gara, ha messo il piede in tre dei cinque gol del Napoli, sembra aver perso il guizzo che gli faceva intuire l’azione qualche frazione di secondo prima degli avversari. Svolge il compitino che gli ha assegnato il suo nuovo allenatore. Non cerca più la giocate e il gol, ma è costretto ad essere il portatore d’acqua di Cavani. Se qualcuno può togliesse Insigne dalle cure di Mazzarri e lo restituisse al calcio italiano.

Praeiudicium

L’accoglienza riservata a Cristiano Bergodi da parte dell’ambiente sportivo di Pescara, tifosi e addetti ai lavori, non è stata tiepida o addirittura ostile come lo fu per Giovannino Stroppa. È stata certamente una buona accoglienza.
I tifosi, da sempre la componente più esigente della vasta platea che segue il calcio, sono in verità divisi a metà. C’è chi sostiene che la “pescaresità” acquisita di Bergodi sia un elemento importante, se non determinate, per il buon esito della sua missione. Altri invece pensano che non abbia sufficiente esperienza o che comunque non sia la persona giusta per poter raggiungere l’obiettivo prefissato della salvezza.
Gli addetti ai lavori (quasi tutti) si sono schierati, decantandone le doti fin dal primo incontro, con il nuovo tecnico non risparmiando le ultime punture di veleno per il bassaiolo di Mulazzano.
Siamo dunque in presenza di un evidente pregiudizio da parte di molti, sia nel caso di Bergodi sia nel caso di Giovannino Stroppa.
Nel caso di Stroppa è parso evidente fin dalla conferenza stampa di presentazione che il clima per lui sarebbe stato difficile se non ostile. Il suo «dimenticare Zeman», pronunciato ingenuamente dal tecnico lombardo nel giorno del battesimo pescarese, è diventato un tormentone che non lo ha abbandonato fino al giorno delle sue dimissioni.
Bergodi invece non ha avuto bisogno di presentazioni particolari, lui è di casa a Pescara e conosce personalmente quasi tutti gli addetti ai lavori. Pur essendo anche lui, proprio come il suo predecessore, esordiente in serie A non ha subito il fuoco incrociato delle domande sull’inesperienza, anzi questo argomento non è stato affrontato come se l’esperienza maturata in Romania potesse colmare la mancanza di panchine in serie A. Anche l’esordio negativo, certamente dal punto di vista del risultato maturato in campo, contro la Roma non ha avuto riscontro sulle narrazioni lette nei giorni successivi. Al contrario, leggendo le cronache e i commenti post partita si ha l’impressione che il malato sia sulla strada della guarigione. Poco importa se il Pescara non ha mai tirato in porta e non ha costruito nessuna azione davvero pericolosa per la porta difesa da Goicoechea e che la Roma, come l’Inter, l’Atalanta, la Lazio, La Juventus e perfino il Parma, sembrava stesse facendo poco più che un allenamento infrasettimanale.
Praeiudicium, appunto.
Ognuno vede ciò che vuol vedere, ma soprattutto prevede ciò che vuol prevedere. Si è messo in risalto la parte finale della partita, l’ultima frazione di gioco in cui, ai più, è sembrato che la squadra biancazzurra potesse davvero pareggiare la partita.
Più realisti del re.
E invece con molta sincerità il neo allenatore del Pescara nelle dichiarazioni post partita ha ammesso che c’è molto da lavorare e che la squadra è mancata soprattutto in fase d’impostazione non costruendo nessuna palla gol.
Certo Bergodi non poteva fare molto in quattro giorni. È ripartito dal 5-3-2 di Stroppa spostando in avanti il prezzo pregiato della squadra, Quintero. L’esperimento non ha dato un esito positivo perché il giovane colombiano è stato una delle delusioni di giornata. Con lui Perin che, pur salvando la porta del Pescara in almeno due occasioni su Mattia Destro, ha la responsabilità del gol che ha consentito alla Roma di portare a casa l’intero bottino.
Cristiano Bergodi sa che non ha molto tempo per capire la qualità degli uomini che ha a disposizione e che il mercato di gennaio, purtroppo, non è vicino. Vedremo già dalla prossima partita, a Napoli contro l’ex Insigne, se sarà capace d’invertire la rotta e condurre il Pescara verso porti più sicuri.

Questi fantasmi

Lo scorso anno già dalla partita contro la Triestina, era la prima uscita ufficiale e il Pescara fu eliminato dal primo torneo della stagione, la Coppa Italia, ai calci di rigori da una squadra di Lega Pro, si capiva che il Pescara di Zeman avrebbe disputato un grande campionato. In campo si erano visti i primi movimenti del credo zemaniano, non ancora tutti gli attori protagonisti, e s’intuiva che quella squadra poteva “spaccare” il campionato. Non se ne accorse nessuno, forse perché era la vigilia di ferragosto e il caldo, a volte, obnubila il cervello. Poi iniziò il campionato e con il campionato i primi riscontri a supportare l’impressione positiva tratta dalla partita contro la Triestina. Ma il contesto pescarese continua ad ignorare Zeman, non la squadra, ma proprio l’allenatore di Praga. Quando poi il Pescara comincia a segnare con una certa regolarità e a occupare stabilmente le prime posizioni in classifica le critiche diventano, paradossalmente, anche più perfide. Mai dirette, ma sempre indirette. Nascoste, pigiate, le une sulle altre tra le parole. Visibili per sottrazione nei titoli di prima pagina che non ci sono. In un narrare le gesta della squadra, che nel frattempo sta deliziando il palato calcistico di tutta l’Italia, non utilizzando mai aggettivi adeguati all’impresa che si sta materializzando sotto gli occhi di tutti. Ogni singolo passo falso viene salutato come quello definitivo. E nel periodo peggiore dal punto di vista dei risultati, tra la fine di marzo e l’inizio di aprile il periodo dei lutti per chi avesse già rimosso ogni ricordo e con la squadra che sembrava non avere la forza di reagire, alle cassandre nostrane sembrava aver vinto definitivamente la personale battaglia.
Il campo però, da Padova-Pescara e fino alla fine del campionato, ha dato responsi impossibili da ignorare e, obtorto collo, dinnanzi al trionfo di una squadra che ha riscritto la storia della serie B, tutti sono stati costretti ad utilizzare aggettivi che mai avrebbero pensato di dover rispolverare dai cassetti della loro memoria.
Perché è successo tutto questo? Perché una squadra che vinceva e riempiva lo stadio tutte le settimane non è stata raccontata e accompagnata al successo con l’enfasi che avrebbe meritato? Perché Zeman, cercato e rincorso dai media di tutto il Paese per il nuovo miracolo che stava realizzando in Abruzzo, è stato, nella sua nuova casa, trattato come un intruso?
La chiave per aiutarci a capire ciò che è successo lo scorso anno in riva all’Adriatico e per comprendere alcuni meccanismi della mente umana e ciò che succede quando ci si rifiuta di guardare la realtà delle cose ce la offre uno dei più grandi autori teatrali italiani di tutti i tempi.
Nello stadio dove il Pescara gioca le sue partite interne, si aggira il fantasma di Alfredo e i Pasquale Lojacono pescaresi pensano davvero sia un fantasma. Ci credono a tal punto da non vedere ciò che succede sotto i loro occhi e cioè che Maria, la giovane moglie di Pasquale Lojacono, sia l’amante di Alfredo. Un fantasma che ieri osteggiava e oggi pontifica sul nulla.
«I fantasmi non esistono. I fantasmi siamo noi…», ripeteva, inascoltato, Pasquale.
E cosi la malafede di alcuni e il pregiudizio di molti, crearono le condizioni perché non ci fosse la narrazione di un’impresa, ma semplicemente la cronaca di una vittoria. Un’occasione persa, come spesso succede all’Abruzzo anche in altri settori, per scrivere nuove pagine di epica sportiva destinate a restare nella memoria collettiva come “La storia”.
«Mi ha lasciato una somma di denaro […] però dice che ha sciolto la sua condanna […] che non comparirà mai più […] Come? […] Sotto altre sembianze? È probabile. E speriamo…». Sono le parole con le quali Pasquale Lojacono commenta con il professor Santanna l’epilogo della commedia Questi fantasmi, scritta e interpretata da Eduardo De Filippo, drammaturgo, regista, attore e poeta, patrimonio dell’umanità.

Ha contato fino a dieci, poi ha detto basta

Penso che si dovrebbe contare sempre fino a dieci prima di prendere una decisione importante, soprattutto se è una decisione che può condizionare il lavoro di un gruppo, più in generale altri da noi. E penso che Giovannino Stroppa, buon allenatore e bella persona, abbia iniziato a contare contemporaneamente al triplice fischio di Davide Massa, l’arbitro di Pescara-Parma. Avrà detto mentalmente uno quando il presidente Daniele Sebastiani lo ha abbracciato all’ingresso del tunnel che porta agli spogliatoi e lui ha risposto non incrociando lo sguardo. Era molto dispiaciuto il Bassaiolo di Mulazzano per come l’ambiente calcistico pescarese, tifosi e addetti ai lavori, e negli ultimi quindici giorni anche la società, lo aveva trattato fino a quel momento. La settimana che aveva preceduto Pescara-Parma era stata la peggiore da questo punto di vista, forse anche peggiore di quella precedente in cui sono state aperte le porte degli spogliatoi ai tifosi, una settimana da “dentro o fuori”. Da quel triplice fischio sono trascorsi diversi giorni e di tempo per pensare Stroppa ne ha avuto abbastanza. Per questo motivo penso che le sue dimissioni siano il risultato di un pensiero lungo. Si sarebbe potuto dimettere dopo quella vittoria, sarebbe stato più facile e lui ne avrebbe tratto un profitto maggiore a livello d’immagine e di qualità della vita, ma non lo ha fatto. Ha continuato a credere nel suo lavoro e nella serietà del gruppo che aveva a disposizione e, probabilmente, questo è stato l’errore più grave che ha compiuto da quando è arrivato in Abruzzo per allenare la squadra biancazzurra. La rosa del Pescara è, lo scrivo dall’inizio dell’anno calcistico, la più debole del campionato di serie A. Scarsa tecnicamente e, dopo queste ultime partite, non irreprensibile da un punto di vista comportamentale. Questo secondo aspetto è quello che preoccupa di più, soprattutto in proiezione futura. Il direttore sportivo Daniele Delli Carri, ieri nel post partita, ha dichiarato che Stroppa si è dimesso perché non sentiva più la squadra come sua. Subito dopo la pesante sconfitta contro la Juventus allo stadio Adriatico, in conferenza stampa, Stroppa aveva dichiarato che i calciatori non avevano seguito in pieno le sue indicazioni. Il presidente Daniele Sebastiani, preso atto delle dimissioni del suo allenatore, ha dichiarato che da adesso non ci sono più alibi. Viene da pensare dunque, se le parole hanno un senso e un significato, che i calciatori non volessero più come allenatore Giovanni Stroppa. Non eseguivano in partita ciò che chiedeva l’allenatore e, se con le dimissioni del tecnico «non ci sono più alibi» vuol dire che fino a prima delle dimissioni i calciatori hanno dichiarato a qualcuno di avere degli alibi per giustificare il loro scarso rendimento. Rebus sic stantibus, la situazione è gravissima. Sono certo che il dieci Giovannino lo abbia pronunciato verso la metà del secondo tempo della partita di Siena. Il Pescara era in fase di disimpegno e Balzano stava effettuando l’ennesima sovrapposizione sulla fascia sinistra. La palla è tra i piedi di Cascione che per assecondare il movimento del compagno di squadra deve far scorrere il pallone come altre centinaia di volte ha già fatto. Il pallone però non raggiunge Balzano ma finisce in fallo laterale, cinque/sei metri dietro Balzano. Stroppa, che ha seguito tutta la partita in piedi ai bordi del terreno di gioco, prima si accovaccia con la testa china a guardare per terra poi si alza sconsolato e si accomoda in panchina. Un momento di sconforto, il momento in cui, secondo me, è maturata la sua decisione. Stroppa lascia il Pescara dopo tredici giornate di campionato con undici punti in classifica e salvo per via della classifica avulsa. Vedremo se l’allenatore che lo sostituirà saprà fare di meglio e se, quindi, le responsabilità dell’andamento negativo della squadra erano, come hanno fatto intendere i calciatori con i loro comportamenti in campo e fuori, monopolio esclusivo del Bassaiolo di Mulazzano. Io gli auguro di avere tutte le soddisfazioni che merita e che non è riuscito a cogliere a Pescara. In un paese di cialtroni e quaquaraquà come il nostro ha dimostrato, rassegnando le dimissioni, che non siamo tutti uguali e che la persona umana viene prima di qualunque altra questione. Ciao Giovannino e buona fortuna. «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

El portava i scarp del tennis

La sconfitta contro la Juventus ha evidenziato, al di là del risultato tennistico maturato sul campo, una differenza tecnica e tattica enorme tra le due compagini. Non ci sono solo 20 punti di differenza tra le due squadre, che comunque sono tanti, ma una categoria che li separa e divide. Questo è il responso del campo. Sul 2 a 0 a dire la verità, per buoni quindici minuti, non si è visto un brutto Pescara. Ha cercato e trovato il gol dell’1 a 2 e, se fosse stato un po’ più fortunato, avrebbe potuto anche pareggiare, ma così non è stato e con i se e con i ma non si costruisce nulla di buono e duraturo. È dunque siamo di nuovo a commentare una sconfitta, in questo caso una sonora sconfitta, della squadra adriatica che ci pone domande che ci siamo già posti: perché la squadra fa fatica a costruire gioco e subisce tante reti? Di chi è la responsabilità? Dei calciatori? Dell’allenatore? Della società? È ancora è utile un cambio della guida tecnica della squadra?
Il Pescara ha undici punti in classifica come Palermo e Chievo, uno in più della Sampdoria, due del Genoa, tre del Bologna e infine quattro in più del Siena. Ha giocato e vinto in casa contro il Palermo e perso a Verona contro il Chievo. Perso in casa contro la Sampdoria e pareggiato a Bologna. Domenica prossima affronterà in trasferta il Sena e fra tre giornate il Genoa tra le mura amiche. Risultati altalenanti che non chiariscono fino in fondo qual è il reale valore della squadra in relazione alle sue dirette concorrenti nella lotta per la salvezza.
Giovannino Stroppa, il bassaiolo di Mulazzano, continua a cambiare gli uomini che scendono in campo settimanalmente mentre sembra aver scelto come modulo di partenza il 3-5-2 che in fase di non possesso diventa un 5-3-2. Dunque l’allenatore sembra aver scelto il modulo con cui far giocare la squadra ma non ha individuato, almeno fino a oggi, l’undici titolare. E quest’ultimo aspetto è certamente uno dei problemi, non l’unico, ma uno dei problemi. È risaputo che l’applicazione costante e la ripetizione di un esercizio contribuiscono in maniera determinante alla giusta e buona esecuzione dello stesso. Questo concetto vale non solo per lo sport, ma è una buona regola anche per altre attività umane. Nel calcio è fondamentale. Ripetere lo stesso movimento, o una serie di movimenti, difesa che si alza per far scattare il fuorigioco, la sovrapposizione sulla corsia laterale, l’inserimento senza palla, è la garanzia che quel movimento verrà realizzato bene o comunque per come è stato preparato. Ripetere gli stessi esercizi e farlo sempre con gli stessi uomini certo aiuta a portare la prestazione complessiva della squadra sul livello che si vuole ottenere. Questo aspetto supera importanza, anche se non mi sfugge la difficoltà di sostenere questa tesi, perfino l’inadeguatezza tecnica della rosa a disposizione del tecnico. Quindi 3-5-2 o 5-3-2 se preferite, ma si decida chi sono gli interpreti di questo modulo e li si faccia giocare con continuità.
La sconfitta di domenica infine, mi ha fatto tornare in mente una bella e triste canzone di Enzo Jannacci. Parla di un barbone un po’ confuso, un ultimo, che per qualche attimo prova il piacere di salire su una bella macchina e immagina di poter raggiungere l’aeroporto per la prima volta in vita sua. Rincorreva un sogno che non si realizzò. Il sogno dei tifosi del Pescara può ancora realizzarsi, è lì, a portata di mano.
«El portava i scarp del tennis, el parlava de per lú, rincorreva già da tempo, un bel sogno d’amore».

Quando gli operai meridionali tifavano per la squadra del padrone

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta la Juventus acquistò dal Varese, per la cifra record di seicentocinquanta milioni e soffiandolo all’Inter, il centravanti siciliano Pietro Anastasi. I tifosi del “Comunale” di Torino gli dedicarono, fin dalle sue prime apparizioni con la maglia a strisce verticali in bianco e nero, uno striscione che recitava: «Pietro Anastasi il Pelè bianco». L’acquisto fu concluso, così si narra, direttamente dall’“Avvocato” negli spogliatoi del Varese con il presidente Borghi. Fu il primo acquisto politico della storia calcistica italiana e “Petruzzu” diventò, forse suo malgrado, riferimento e icona di un intero popolo: il popolo degli emigranti.
Con l’arrivo di Anastasi il numero dei tifosi della Juventus aumentò in maniera considerevole in tutta l’Italia meridionale e in particolare in Sicilia, dove un’intera isola la domenica pomeriggio seguiva, attraverso le voci mitiche di “Tutto il calcio minuto per minuto”, le gesta sportive di quel figlio emigrato al Nord in cerca di fortuna. Fu così dunque che gli operai meridionali, quelli che stavano costruendo le fortune economiche della famiglia Agnelli, cominciarono a tifare in massa per la squadra del padrone. “Petruzzu” vinse tre scudetti con la Juventus ma il regalo più grande che fece alla squadra della famiglia Agnelli fu la conquista, alla causa bianconeri, di tantissimi nuovi tifosi. Tifosi che non hanno mai tradito la loro fede, mi riferisco ai tifosi juventini che vivono nell’Italia meridionale, e che ancora oggi rappresentano lo zoccolo duro del tifo bianconero.
Oggi invece non è più così, i nativi ditigali, i nostri figli, non tifano più allo stesso modo e, certo, non cercano più nel calcio un eventuale riscatto sociale. Oggi i calciatori come Pietro Anastasi, che si presentava agli allenamenti con i capelli lunghi e senza cravatta, non esistono più. I calciatori di oggi, nella loro apparente diversità, sono tutti uguali. Vestono alla stessa maniera e hanno gli stessi tatuaggi. Soprattutto parlano allo stesso modo con un’omologazione del linguaggio che riflette e amplifica il nulla del tempo che stiamo attraversando.
Tutti questi cambiamenti non hanno però scalfito la “fede bianconera”, lo zoccolo duro dei tifosi juventini, che dall’acquisto di “Petruzzu” in poi sono diventati sempre più numerosi e appassionati. E la prossima partita casalinga del Pescara, che affronterà proprio la squadra bianconera, lo testimonia in maniera evidente. Lo stadio “Adriatico”, infatti, farà registrare il tutto esaurito con i biglietti a disposizione venduti in poche ore.
Tantissimi dunque saranno quelli che tiferanno Juventus e che inneggeranno all’allenatore della loro squadra, lo squalificato Antonio Conte, che seguirà la partita dalla tribuna. E tanti, c’è da scommetterci, saranno gli striscioni che i tifosi gli dedicheranno.
Non ci saranno, e anche qui c’è da scommetterci, striscioni in favore di Giovannino Stroppa, il “bassaiolo di Mulazzano” che sta guidando il Pescara in questo difficile campionato di serie A. E potrebbe ro esserci ancora cori contro.
Più di quarant’anni fa gli operai meridionali tifavano e inneggiavano alla squadra del padrone, oggi i tifosi biancazzurri fischiano l’allenatore della propria squadra che, è bene precisarlo, se oggi finisse il campionato avrebbe raggiunto l’obiettivo insperato della salvezza.
«Così è se vi pare», ha scritto il Premio Nobel per la Letteratura Luigi Pirandello, conterraneo di “Petruzzu” Anastasi, per dire che non esiste una visione unica e certa della realtà.

«Ma l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale»

Quando quest’estate il nome di Giovanni Stroppa come allenatore del Pescara cominciava a circolare in città, in molti “hanno storto il naso”. La critica più gettonata è stata: non ha esperienza. Il concetto si evolveva in: non ha mai allenato nemmeno in serie B cosa potrà fare a Pescara?
Poi si passava ad elencare quelli che potevano o “dovevano” essere gli allenatori idonei per Pescara. Gasperini e Delio Rossi i più gettonati, ma anche Ciro Ferrara godeva di buona reputazione. Più staccati nel consenso generale un lungo elenco di allenatori che a giorni alterni campeggiavano a caratteri cubitali anche sui quotidiani locali. Il nome di Stroppa non piaceva a nessuno. Un po’ perché non lo conosceva nessuno, anche per la sua ancor giovane carriera, ma soprattutto perché il suo nome non evocava nessun sogno. Quando poi il «bassaiolo di Mulazzano» si è presentato al Porto turistico con quel «Dimenticare Zeman», frainteso dai più, il cerchio si è definitivamente chiuso.
Da quel giorno, che era anche il suo primo giorno di lavoro in riva all’Adriatico, non c’è mai stata una reale apertura di credito nei suoi confronti. Né da parte dei tifosi, tantomeno da parte degli addetti ai lavori. Questo è ciò che ho visto e sentito in città e ciò che ho letto in questi primi, e mi auguro non ultimi, mesi di permanenza di Giovannino a Pescara.
A me, invece, l’ingaggio di Giovanni Stroppa è piaciuto fin dalla prima ora.
Nella mia personale classifica delle preferenze figuravano Delio Rossi al primo posto e poi a pari merito Claudio Foscarini, allenatore del Cittadella e Giovanni Stroppa.
Un allenatore già affermato, in grado di dare una precisa identità alla squadra come appunto è Delio Rossi, oppure un allenatore fuori dal solito giro, anche di procuratori e carrozzoni letali per il mondo del calcio, come appunto potevano essere Foscarini o Stroppa. Il primo fa miracoli al Cittadella da un po’ di anni e lo scorso anno è stata la squadra che più ha messo in difficoltà il Pescara di Zeman giocando un calcio anche spettacolare, il secondo invece ha disputato un buon campionato guidando il Südtirol-Alto Adige ai confini dei play-off in Lega Pro.
Da allora non ho cambiato opinione. Penso che il Pescara abbia fatto bene a scegliere Stroppa, dopo aver incontrato difficoltà nell’ingaggiare Delio Rossi, che rimaneva e rimane la mia prima scelta, e che faccia molto bene a confermare la fiducia all’allenatore oggi che in tanti ne chiedono il licenziamento.
Perché anche oggi, dopo nove giornate di campionato, sono favorevole alla conferma di Stroppa alla guida del Pescara?
Il primo e più importante motivo è che il Pescara dispone della rosa tecnicamente meno forte di tutta la serie A e qualunque altro allenatore avrebbe problemi ad ottenere risultati e contestualmente un bel gioco con questi calciatori a disposizione. Tutte le squadre, tecnicamente modeste, che cambiano allenatore in corsa, irrimediabilmente, sono destinate a retrocedere, lo dice la storia degli ultimi anni del campionato di serie A. A meno che non si opti per un allenatore di rango superiore come possono essere lo stesso Delio Rossi o Pasquale Marino. Se invece si pensa ad allenatori “qualunque” allora molto meglio lasciar lavorare in pace Stroppa perché il lavoro di oggi potrebbe essere molto utile anche per domani.

«Il risultato è occasionale, la prestazione no»

La partita con l’Udinese ha svelato la vera natura del Pescara di Giovanni Stroppa: una squadra capace di contenere, soprattutto quando gioca in trasferta, ma incapace di costruire.
Così come nelle trasferte di Bologna e Cagliari, fino a quando la partita si è giocata in parità numerica, il Pescara ha giocato una buona partita di contenimento. Ben disposta in campo, ordinata, indipendentemente dagli uomini schierati che sono ancora una volta diversi da quelli schierati nella partita precedente, concede pochissimo all’Udinese che si dimostra comunque superiore sia per qualità dei singoli sia come squadra. In questo senso e in questa fase, di non possesso palla, la squadra mantiene le giuste distanze e, soprattutto quando schiera Romagnoli al centro della difesa, riesce a far salire con una certa continuità ed efficacia la propria linea di difesa costringendo al fuorigioco le punte avversarie. È capace di controllare la gara, non commette molti falli ed è, in alcuni frangenti, anche bella da vedere.
I problemi iniziano quando deve costruire l’azione e ciò si verifica con maggior frequenza quando gioca tra le mura amiche. In fase di possesso palla, infatti, la squadra è incapace di produrre gioco. Né bello né brutto, semplicemente inerme con i calciatori incapaci di fare movimento senza palla. Non aiuta il continuo cambio di uomini tra il centrocampo e l’attacco così come non aiuta la propensione di alcuni calciatori a giocare «pensando ai fatti propri» e non a quelli della squadra.
Né Colucci, tantomeno Blasi, sembrano essere in grado di accendere la scintilla e di avviare con efficacia l’azione offensiva e di questo sembra risentirne soprattutto il capitano Cascione che, pur impegnandosi molto, non riesce a ripetere le prestazioni positive dello scorso anno. Con un centrocampo incapace di costruire gioco, la vita per gli attaccanti diventa durissima e le prestazioni, di tutti gli uomini che hanno giocato sul fronte offensivo, sono quasi in giudicabili.
Chi può dire, infatti, quale sia il vero valore di Vukusic sempre troppo isolato e poco servito?
La sensazione che si è avuta fino a questo punto del campionato è che la rosa a disposizione dell’allenatore sia una delle peggiori del campionato, ma soprattutto che ci siano alcuni ruoli scoperti. Innanzitutto manca un calciatore in mezzo al campo capace di dettare i tempi alla squadra e d’impostare l’azione così come manca un attaccante che per esperienza, forza fisica o anche solo per entusiasmo, sia in grado di «cantare e portare la croce». Ovviamente fino a gennaio non si potrà intervenire sul mercato e quindi la soluzione dei problemi deve essere cercata all’interno dell’attuale rosa. In relazione ai risultati negativi della squadra, che vedono il Pescara attualmente in terz’ultima posizione, è indispensabile che squadra, allenatore e società marcino tutti nella stessa direzione. La squadra deve impegnarsi molto in allenamento per cercare di sopperire alle evidenti lacune tecniche e per bilanciare l’inesperienza di molti dei suoi componenti. L’allenatore deve fare scelte precise e inequivocabili. Scegliere il nucleo di 13/14 calciatori sui quali puntare e, compatibilmente con le squalifiche e gli infortuni, far giocare sempre gli stessi uomini. Ma soprattutto deve dare alla squadra un’identità di gioco in fase di costruzione. Ciò che ha mostrato la squadra fino a oggi non garantisce il raggiungimento dell’obiettivo della salvezza e perciò c’è bisogno di un cambio di passo immediato se si vuol raggiungere l’obiettivo della salvezza che in questo momento, oggettivamente, sembra non essere alla portata di questa squadra.

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