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Il ritorno del primo violino: Lorenzo Insigne e la chiamata di Pescara

Sono passati quindici anni dall’estate del 2011, quando dal Napoli arriva a Pescara Lorenzo Insigne.
Aveva già raggiunto un accordo economico con il Crotone, mancava solo la firma sul contratto. Poi una chiamata del suo mentore, Zdeněk Zeman, che lo aveva voluto con Peppino Pavone anche a Foggia nella stagione precedente, gli fa cambiare idea e lo convince ad abbracciare la causa biancazzurra, in riva all’Adriatico. Il resto è storia.

Il Pescara vincerà quel campionato di Serie B classificandosi al primo posto davanti a Torino e Sassuolo. Novanta i gol all’attivo, diciotto dei quali realizzati proprio da Insigne, che viene premiato come miglior attaccante dalla Lega Calcio e miglior giovane da Sky Sport.

In una squadra meravigliosa, che si muoveva all’unisono in tutte le fasi della partita e del campo,  una delle migliori dell’intera storia della Serie B, una vera e propria orchestra diretta dal maestro boemo, il giovane napoletano assurge al ruolo di primo violino. Lorenzo, il primo violino, Insigne.

L’anno successivo rientra a Napoli e, anche se non sempre utilizzato al meglio dagli allenatori che si sono alternati sulla panchina azzurra, diventa il secondo cannoniere di tutti i tempi della squadra partenopea, con 122 reti segnate.

Con la maglia della Nazionale vince il Campionato Europeo nel 2021, segnando una rete straordinaria nei quarti di finale contro il Belgio, al termine di una lunga azione personale, conclusa con il suo celebre tiro a giro.

Sono passati quindici anni dal 2011. Siamo tutti più adulti. Lorenzo Insigne non è più una giovane promessa, ma un calciatore affermato che a giugno compirà trentacinque anni.

Perché è tornato a Pescara? Cosa possono aspettarsi i biancazzurri da lui?

Dopo l’esperienza incolore in Canada con la maglia del Toronto FC, settantasei partite e diciannove gol, Insigne ha deciso di rientrare in Italia per provare a giocare gli ultimi anni della sua carriera in Serie A. Si è letto di un interessamento della Lazio, ma non se ne è fatto nulla. È stato accostato anche al Napoli, senza però alcun seguito concreto.

Poi, improvvisamente, l’annuncio: Lorenzo Insigne ha firmato con il Pescara, che attualmente occupa l’ultimo posto nel campionato di Serie B, con quattordici punti conquistati in ventuno partite.

Perché, dunque, è tornato?

La prima e più grande motivazione è la volontà di dimostrare di essere ancora un calciatore in grado di competere nel calcio italiano. Dimostrarlo innanzitutto a sé stesso e, in seconda battuta, alla Lazio, al Napoli, alla Serie A.

Quattro o cinque mesi in Serie B con il Pescara potrebbero offrirgli l’occasione di far vedere che il primo violino è tornato e sa ancora fare la differenza. Una motivazione forte, fortissima, di cui può e deve usufruire il Pescara per provare nell’impresa difficile della salvezza.

Cosa possono aspettarsi, allora, i biancazzurri da Lorenzo Insigne?

La grande voglia di riscatto, unita alla determinazione di rientrare nel grande calcio, è un fattore che non può che giovare alla causa biancazzurra. E poi c’è anche un risvolto romantico: Lorenzo Insigne torna dove è diventato grande. Torna, forse, per restituire in parte ciò che Pescara gli regalò allora, ovvero la possibilità di affermarsi nel calcio professionistico.

Se il Pescara riuscisse a centrare l’obiettivo della salvezza grazie anche al contributo di Insigne, questa storia avrebbe un lieto fine per entrambi: per il club e per il calciatore, che potrebbe legittimamente aspirare a concludere la sua splendida carriera in Serie A.

Sono passati quindici anni dal 2011 e oggi, come allora, sto per recarmi allo stadio Adriatico con la speranza di divertirmi guardando quel grande calciatore che è Lorenzo, il primo violino, Insigne. Per godere della bellezza e della spensieratezza che il calcio, a volte, sa ancora regalare a chi lo ama.

La foto che accompagna l’articolo è presa dal sito della Pescara calcio.

 

Zeman è per sempre

Da oggi Zdeněk Zeman non è più, ufficialmente, l’allenatore del Pescara. Dopo l’intervento chirurgico a cui si è sottoposto questa settimana e non avendo, per il momento, l’idoneità sportiva, ha rassegnato le sue dimissioni.

Molto probabilmente la carriera dell’allenatore boemo termina a Pescara, laddove nel 2012 aveva scritto una delle pagine più belle del calcio italiano con la promozione in serie A della squadra adriatica e lanciando nel grande calcio calciatori come Lorenzo Insigne, Marco Verratti e Ciro Immobile.

Termina la carriera di allenatore sul campo, ma non finisce l’influenza che eserciterà sull’intero movimento calcistico, perché l’efficacia e la bellezza del suo calcio offensivo continueranno a vivere nei movimenti in campo che altri allenatori insegneranno ai propri calciatori sulla scia del suo esempio.

Se consultate la lettera zeta della voce neologismi della Treccani troverete questa definizione.

Zemanlandia: s. f. Il sistema di gioco, fantasioso e votato all’attacco, ideato e adottato dall’allenatore di calcio boemo Zdeněk Zeman.

Ovvero la voce Zemanlandia, associata alla vocazione delle sue squadre di segnare moltissimi gol, non è solo un modo di dire, ma è scritta sul vocabolario. Si dice Zemanlandia e s’intende calcio offensivo. Per questa ragione Zeman è per sempre, resterà scritto, nero su bianco, sulle pagine della storia del calcio.

Rambaudi, Baiano e Signori a Foggia; Rambaudi, Alen Bokšić e Signori alla Lazio; Paulo Sérgio, Marco Delvecchio, Francesco Totti alla Roma; Mirko Vučinić, Valeri Božinov, Babù al Lecce; Marco Sansovini, Ciro Immobile, Lorenzo Insigne al Pescara.

Alcuni dei tridenti d’attacco delle squadre allenate da Zeman che hanno fatto la gioia di tantissimi tifosi e di tantissimi appassionati di calcio, perché l’allenatore di Praga ha sempre avuto molti estimatori anche tra i tifosi di squadre non sue.

A Zeman va il mio grazie per avervi fatto amare il calcio in tutti questi anni.

Amo la verità del suo calcio che si è sempre espressa con la ricerca del gol e della vittoria attraverso il bel gioco, il rispetto per gli avversari e per il pubblico.

Amo il suo modo di essere uomo, i valori che ha espresso con i suoi comportamenti, il coraggio di denunciare l’esistenza del doping nel calcio italiano. Il suo essere, sempre, un hombre vertical.

Amo la sua ironia e la sua leggerezza. Il suo sorriso.

Gli auguro di rimettere al più presto la tuta e di ritornare su un campo di calcio per continuare a dare consigli, trasmettere alle nuove generazioni di allenatori l’unica cosa che conta nel suo modo di intendere il calcio: «Non è vero che non mi piace vincere: mi piace vincere rispettando le regole».


La foto che accompagna l’articolo è di Massimo Mucciante

Khvicha Kvaratskhelia: dribbling, gol e sogni

Il Napoli può, orgogliosamente, sentire di appartenere al gruppo ristretto delle squadre più forti grazie all’astro nascente del calcio mondiale: Khvicha Kvaratskhelia.

Il ragazzo georgiano di ventidue anni ha impiegato pochi mesi per entrare nel cuore di ogni appassionato di calcio. Lo ha fatto come solo i campioni assoluti sanno fare: con la semplicità e l’efficacia delle sue giocate.

Dribbling, gol e poesia.

Caracollando punta la porta avversaria così come un cavaliere senza paura attacca il maniero per liberare la sua principessa. Il fermo immagine del gol contro l’Atalanta lo ritrae tra sette calciatori avversari e il portiere. Otto contro uno. Nemmeno nei sogni di bambino, nemmeno quando si gioca sulla spiaggia si fa otto contro uno.

Calzettoni abbassati a mostrare, senza paura, i polpacci all’avversario, ha una facilità nel saltare gli avversari che lo accomuna ai più grandi attaccanti della storia del calcio mondiale. George Best su tutti. Segna e fa segnare i suoi compagni di squadra. È umile.

Per quello che ha fatto vedere nel suo primo anno in Italia, sembra non avere difetti, soprattutto sembra non avere limiti.

Nell’anno che consacrerà il Napoli campione d’Italia per la terza volta nella sua storia, il ragazzo di Tbilisi, Khvicha Kvaratskhelia, si è conquistato di diritto un post nel pantheon del calcio mondiale.

Speriamo che il presidente Aurelio De Laurentiis resista al canto delle sirene che già s’ode nella baia di fronte a Napoli. Speriamo che Kvara si faccia legare ai pali delle porte dello stadio Diego Armando Maradona e che resista anche lui al dolce richiamo delle sirene straniere.

Resti a Napoli e porti a Napoli, con l’aiuto dei suoi compagni, la Coppa dalle grandi orecchie.

Si può fare. Se non ora, quando?

Le lacrime Paulo Dybala e il calcio senza cuore

Nella stagione degli addii alla propria squadra o al calcio giocato, Chiellini e Lorenzo Insigne tanto per gradire, ce n’è uno che mi ha molto colpito: l’addio di Paulo Dybala.

Dybala non ha scelto di andare via dalla Juventus, ma è stata la squadra bianconera che non gli ha formulato nessuna offerta di rinnovo per il contratto che scade proprio in questi giorni.

Mi sono chiesto, io come tanti credo, perché una squadra di prima fascia in Italia com’è la Juventus, non propone il rinnovo di contratto ad un calciatore ritenuto da tutti fortissimo e che, soprattutto, è nel pieno della sua maturità calcistica?

Dybala è nato in Argentina, a Laguna Larga, il 15 novembre del 1993 e compirà 29 anni il prossimo novembre.

La Juventus, con il vicepresidente Paul Nedved, ha dichiarato a tal proposito, «Abbiamo valutato tutti gli aspetti, quello che fa in campo e fuori. Faccio fatica a dire dove si sia arenata la trattativa, ma le sue richieste erano altissime. Noi non ce la sentivamo, le strade si sono divise. Non vuol dire che il giocatore non sia valido, anzi, è molto forte».

Ciò significa che nel prossimo mercato i bianconeri dovrebbe acquistare un calciatore con le caratteristiche di Dybala e spendere meno, tra acquisto del cartellino e contratto al calciatore, rispetto alla cifra richiesta dall’argentino. Staremo a vedere cosa succede.

Per il momento la scelta appare molto naïf è non condivisibile da nessun punto di vista.

Ovvero se hai un calciatore con la qualità di Dybala e dichiari, così come ha dichiarato Massimiliano Allegri nel prepartita dell’addio dell’argentino, «Il prossimo anno dobbiamo prepararci per vincere lo scudetto», non lasci andar via a parametro zero un patrimonio calcistico di questo valore. Se lo fai vuol dire che non hai le risorse economiche sufficienti per allestire una squadra che possa puntare agli obiettivi che dichiari.

«Il mondo è tutto ciò che accade» scrive Ludwig Wittgenstein e dunque quel che è fatto è fatto.

Tralasciando dunque le scelte strategiche della Juventus resta la reazione di Dybala che in molti hanno potuto vedere alla fine della partita Juventus Lazio.

Un pianto senza freni inibitori del calciatore, ormai ex juventino, che ha reso e rende più umano un mondo sempre più finto com’è quello del calcio nostrano.

Lacrime belle che ho percepito come vere, sentite. Il bambino, il ragazzo o il giovane uomo a cui hanno appena tolto il suo giocattolo preferito che piange in pubblico, davanti a tutti. Che svela la sua condizione d’animo, il suo dispiacere. Che rivela mentre si svela, il suo attaccamento alla squadra e ai tifosi.

Siamo sempre meno abituati a questo, paradigmatico in questo senso è il trasferimento di Donnarumma al PSG della scorsa estate, perché sempre più dentro un meccanismo in cui ciò che conta sono soltanto i soldi. Non conta più la passione, l’attaccamento alla squadra e ai tifosi. La riconoscenza.

Le lacrime di quel giovane uomo, in uno stadio pieno in ogni ordine di posto, raccontano un altro film. Un’altra storia. Una storia in cui le emozioni, la voglia di continuare a giocare per i colori che hai scelto prevalgono sul resto. Una storia nella quale ci possiamo riconoscere tutti. Tutti quelli che amano il gioco del calcio e che per una volta ci vede tutti dalla stessa parte: juventini, milanisti, interisti, romanisti, laziali, napoletani.

Quelle lacrime, così come restare dopo la partita seduto sul prato verde del campo di calcio, senza scarpe, a piedi nudi sull’erba, con un compagno di squadra a godersi il momento, ci dicono che «la cosa più importante tra le meno importanti», il calcio, continua ad essere un porto sicuro in cui trovare riparo. Uno dei luoghi dove continuare a dare spazio al bambino che è in ognuno o di noi.

Luka Modric, il dieci

Al minuto 79:00 il quarto di finale della Champions League che vede contrapposte Real Madrid e Chelsea dice che sarà la squadra inglese a disputare la semifinale della coppa per club più prestigiosa del mondo.

I blues vincono 3-0 nel mitico e rinnovato Estadio Santiago Bernabeu di Madrid, ribaltando il risultato dell’andata che aveva visto prevalere i blancos per 3-1 in terra inglese.

Fino a quel momento, ovvero fino a dieci minuti dalla fine della partita non c’è stata storia, stanno  dominando gli inglesi. Primi in tutto. Sulle prime e seconde palle, nei contrasti, nel pressing.

Il bellissimo Real che si era visto a Londra nella partita di andata non c’è più. Non c’è traccia di quella squadra che aveva meritato la vittoria pur soffrendo. Non c’è traccia di Karim Benzema che aveva incantato tutti con la sua tripletta e la forza straripante del suo fisico possente che, unito ad una tecnica sopraffina, lo issa sul podio dei calciatori più importanti di questi ultimi anni.

Thomas Tuchel sta nettamente vincendo il confronto con Carlo Ancelotti.

Poi, al minuto 79:05, Marcelo porge la palla a Luka Modric e qui entra in scena Eupalla.

Si Eupalla, frutto della grande penna mente e penna di Gianni Brera, la dea che presiede alle vicende del calcio ma soprattutto, del bel gioco (dal greco Eu=bene). Divinità benevola che assiste pazientemente alle goffe scarponerie dei bipedi.

Eupalla decide che è arrivato il momento di deliziare il palato degli appassionati di calcio di tutto il mondo che stanno assistendo alla partita.

Il dieci del Real Madrid, Luka Modric Pallone d’oro nel 2018, riceve la palla da Marcelo sul versante sinistro, nella metà campo del Chelsea. La tocca due volte con il piede destro e contemporaneamente guarda il posizionamento dei compagni di squadra. Il terzo tocco è quello decisivo.

Modric vede Rodrygo che effettua un taglio che lo porta a ridosso del dischetto del rigore e con un esterno destro lo serve alla perfezione. Rodrygo, d’interno destro, al volo segna il gol dell’1-3 che riapre la partita e rimette in gioco il Real Madrid. Al 96 Karim Benzema, ricorda di essere Karim Benzema e segna il gol del 2-3 che qualifica per la semifinale i blancos.

Con un solo tocco Modric spazza via tutte le possibili discussioni su moduli, possibilità, fortuna, sfortuna, arbitraggio favorevole o sfavorevole. Ovvero con un solo tocco ricorda a tutti la bellezza del gioco del calcio, del gesto tecnico. Della fantasia.

Quell’esterno destro è il migliore spot possibile per il calcio. Quell’esterno destro farà innamorare tanti bambini che cercheranno di imitarlo. Quell’esterno destro ci ha fatto ritornare tutti bambini, anche se solo per pochi secondi. Quell’esterno destro è il calcio, «la cosa più importante delle cose meno importanti».

Euro 2020, Quando Sir Alf Ramsey disse: Rivera, Rivera, Rivera, Rivera

Correva l’anno 1973, la televisione trasmetteva in bianco e nero e l’Italia del calcio non aveva mai vinto contro l’Inghilterra a Wembley.

Anche quel giorno sembrava che le cose dovessero andare così. Mancavano quattro minuti alla fine della partita e il risultato era sempre sullo 0-0.

Era il 14 novembre del 1973, Italia e Inghilterra si affrontavano in amichevole in preparazione dei mondiali del 1974 in Germania. Sulla panchina dell’Italia sedeva Ferruccio Valcareggi, su quella degli inglesi, Sir Alf Ramsey. L’Italia scende in campo con Dino Zoff tra i pali, Spinosi, Facchetti, Bellugi e Burnich i quattro della linea difensiva, Benetti, Causio, Capello e Rivera a centrocampo, Chinaglia e Rombo di Tuono, al secolo Gigi Riva in attacco. L’arbitro della partita è un portoghese, Marques Logo.

Quell’Italia pur avendo tanta qualità nei suoi calciatori, Zoff, Facchetti, Causio, Capello, Rivera, Riva non è fautrice di un gioco propositivo, ma tende ad aspettare gli avversari e concede loro il pallino del gioco. Gli inglesi attaccano ventre a terra per tutto il primo tempo e solo un Dino Zoff in grande spolvero evita agli azzurri una debacle.

Il secondo tempo propone una gara diversa perché gli inglesi sono meno irruenti e creano una sola palla gol, mentre gli azzurri si rendono pericolosi in più di un’occasione ed è bravo Shilton, il portiere dei maestri del calcio a mantenere il risultato in parità.

Quando tutto faceva pensare ad un risultato a reti bianche ecco invece che Fabio Capello decide di legare il suo nome alla storia del calcio azzurro, siglando la rete dell’1-0 che consente all’Italia di battere gli inglesi a Wembley per la prima volta nella loro, gloriosa, storia.

Nelle interviste del dopo partita arriva anche la consacrazione per il calciatore italiano più talentuoso di tutti i tempi. Un giornalista chiede all’allenatore degli isolani chi fossero i quattro giocatori italiani più forti rispose. Sir Alf Ramsey, risponde: «Rivera, Rivera, Rivera, Rivera».

Un buon viatico per la nazionale azzurra di Roberto Mancini, il santuario del calcio è già stato profanato e se è successo, può succedere ancora.

L’Italia di Euro2020 gioca un calcio propositivo, bello da vedere e, soprattutto, efficace. Abbiamo una squadra coesa che gioca insieme e abbiamo calciatori di grande talento. Una squadra che può vincere con un calcio collettivo, ma anche grazie alla giocata di un singolo.

Sarà una bella sfida. Lo sarà per i calciatori che scenderanno in campo perché hanno l’opportunità di una consacrazione che resterà per sempre nella storia del calcio italiano e lo sarà anche per chi guarderà la partita allo stadio o in televisione. Una sfida tra due squadre giovani che giocano un calcio propositivo e pensato per far divertire tutti gli appassionati.

«Ce l’abbiamo fatta con la forza del gruppo. I portieri che mi hanno preceduto in Nazionale hanno fatto la storia, proverò a batterli, le emozioni di questa sera non si possono descrivere» (Gigio Donnarumma)

Aveva ragione Mancini, in questa Italia sono tutti titolari

«Ma come parla? Come parla? Le parole sono importanti…Come parlaaa…».

È un dialogo di una delle scene cult del film Palombella rossa di Nanni Moretti. In quel caso il concetto dell’importanza delle parole era riferito ai luoghi comuni che, spesso, si usano nel linguaggio che usiamo quotidianamente, sempre più figurato e meno preciso, puntuale, aderente alla realtà, infarcito di luoghi comuni.

E invece come ammonisce Nanni Moretti, le parole sono importanti. Lo sono sempre e in qualunque contesto.

Sin dall’inizio di Euro2020 il commissario tecnico della nazionale italiana, Roberto Mancini, ha ripetuto che questa squadra azzurra, la sua squadra azzurra, non ha riserve ma sono tutti titolari. Un concetto molto diffuso nel mondo del calcio che quasi sempre non corrisponde alla realtà dei fatti. E non corrisponde per due ragioni. La prima è che il più delle volte questa affermazione è falsa, pura fiction, la seconda che molti allenatori costruiscono la fortuna sportiva di alcune squadre affidandosi ad un gruppo di fedelissimi, o, com’è in voga dire ultimamente, di titolarissimi.

La prima opzione non la commentiamo perché il falso non deve avere cittadinanza in nessun contesto, tantomeno in competizioni sportive, la seconda invece ha una sua, solida, validità.

Ci sono allenatori che teorizzano la costruzione di una squadra con undici titolari più un paio di ricambi. Questo è il motivo per cui ci sono formazioni che impariamo a memoria e altre che dimentichiamo in fretta.

È il caso dell’Inter di Helenio Herrera, del Milan di Arrigo Sacchi, della nazionale campione del mondo in Spagna del 1982.

Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Milani (Peiró, Domenghini), Suárez, Corso.

Galli, Tassotti, Maldini, Costacurta, Franco Baresi, Rijkaard, Colombo, Donadoni, Ancelotti, Van Basten, Gullit.

Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati (Bergomi), Scirea, Bruno Conti, Tardelli, Paolo Rossi, Antognoni, Graziani (Altobelli).

Non è il caso dell’Italia di Roberto Mancini che si è conquistata sul campo la possibilità di contendersi il titolo di Campione d’Europa. L’allenatore azzurro ha sempre sostenuto di avere 26 titolari e le sue scelte, le prestazioni in campo dei calciatori, che è tutto vero.

Nel percorso che ha portato l’Italia in finale hanno giocato tutti i calciatori presenti in rosa tranne Meret, il terzo portiere.

In questo senso è paradigmatica la partita disputata contro la Spagna. Ecco gli undici schierati all’inizio della partita.

Donnarumma, Di Lorenzo, Bonucci, Chiellini, Emerson, Barella, Jorginho, Verratti, Chiesa, Immobile, Insigne.

Una gara in cui l’Italia ha saputo soffrire per imporsi, dopo 120 minuti, ai calci di rigori. Nel corso della gara sono entrati in campo Toloi per Emerson, Locatelli per Barella, Pessina per Verratti, Bernardeschi per Chiesa, Berardi per Immobile e Belotti per Insigne.

Mancini non ha avuto problemi nel sostituire i calciatori più dotati calcisticamente, quelli in grado di risolvere la partita anche da soli. E dunque Immobile, Insigne, Verratti, Barella, Chiesa hanno lasciato il posto ai loro compagni della partita.

Lo aveva detto Mancini, sono tutti titolari. E lo ripetono i calciatori, siamo tutti titolari. Il calcio è un gioco di squadra in cui anche il più dotato tecnicamente non vince se non si pone al servizio del collettivo.

Quella di Mancini, oltre ad essere una bellissima storia sportiva è anche una grande lezione per tutti gli italiani. Si vince stando insieme soprattutto nei momenti di difficoltà. Gli era stato affidato l’incarico di allenare la nazionale italiana di calcio dopo l’eliminazione ai mondiali di Russia del 2018 e dopo tre anni ha riportato l’Italia calcistica ad essere una squadra rispettata, temuta e vincente.

Le parole sono importanti e di Roberto Mancini ci possiamo fidare.

Adesso manca solo una partita alla fine di Euro2020, quella più importante che si disputerà l’11 luglio.

Un giorno bello l’11 luglio, bellissimo.07

Quel tiro a giro di Lorenzo (Insigne) e la pioggia di messaggi su WhatsApp

Lorenzo Insigne con il suo gol al Belgio ha illuminato a giorno i Campionati europei di calcio. Una giocata che, da oggi in poi, impone a tutti di dire gol alla Insigne.

Lorenzo, il primo violino, Insigne coltiva quel modo di cercare il gol fin dall’inizio della sua carriera. «Ha segnato gol straordinari e riproposto, in versione aggiornata e personalizzata, il gol “a giro” sul secondo palo di Alessandro Del Piero […] Corsa, visione di gioco, piedi buoni e una sufficiente dote di altruismo ne fanno già oggi, a ventuno anni e con pochissima esperienza maturata sul campo, uno dei calciatori più completi del calcio italiano […] Gioca un calcio semplice, fatto di finte, dribbling e ha una straordinaria visione di gioco…».

Questo è un breve passo tratto dal libro “Il Pescara di Zeman” che scrissi con Sergio Cinquino nel 2012 all’indomani della vittoria del campionato di serie B del Pescara di Zeman. In quella squadra giocavano, insieme, Verratti, Immobile e Insigne.

«Il tempo è un galantuomo, rimette a posto tutte le cose» scrive Voltaire e nel caso di Insigne è proprio così. Il campione di Frattamaggiore era già un calciatore fortissimo quando, Gian Piero Ventura, il peggior commissario tecnico della nazionale di tutti i tempi, lo lasciava in panchina. O quando ad allenare il Napoli c’era Mazzari che invece di incoraggiare e coltivare quel talento scoperto ed esploso calcisticamente alla scuola di Zdeněk Zeman, lo lasciava ai margini del suo progetto di calcio per il Napoli.

C’è voluto Roberto Mancini per far emergere e rendere evidente a tutto il mondo il talento cristallino di Insigne. Così come fece Zeman, il tecnico della nazionale italiana ha messo al centro del suo progetto tecnico la classe, l’abnegazione e la disciplina tattica di un giocatore che da diversi anni ormai è, per distacco, il miglior calciatore italiano in attività.

Adesso, finalmente, se ne sono accorti tutti. Adesso, nel pieno della sua maturità umana e calcistica, può e deve decidere al meglio per il suo futuro e stare lontano da tutti gli allenatori che mettono al centro del progetto tecnico loro stessi. Ce ne sono molti e hanno in comune una caratteristica che li contraddistingue e li accomuna: amano filosofeggiare con presunzione.

E invece il calcio bello è sempre figlio di pensieri semplici che si ripetono. E soprattutto è figlio della gioia di vivere e di considerare il calcio per quello che è: un gioco.

Insigne, la stella più luminosa di Euro2020, stia alla larga da tutti quegli allenatori che già dalla prima amichevole estiva camminano nervosamente davanti alla propria panchina guardando a terra o con lo sguardo perso nel vuoto e che non ridono mai. Cerchi, per il suo futuro calcistico, un allenatore che abbia le caratteristiche di Mancini. Un allenatore che trasmetta serenità, voglia di giocare al calcio e che esalti le sue qualità tecniche e umane.

La partita con il Belgio l’hanno vinta i calciatori italiani sul campo, tutti. Il bel calcio che questa nazionale esprime è certamente frutto del lavoro e dell’applicazione dei calciatori in allenamento e in partita. Ma senza un allenatore come Roberto Mancini non ci sarebbero mai riusciti da soli. La qualità migliore dell’allenatore nato a Jesi e oggi cittadino del mondo è quella di far giocare ogni singolo calciatore nel proprio ruolo, garantendo a tutti di esprimere le proprie qualità.

Non è una cosa da poco, al contrario è tutto. Chapeau.

«Questo è per tutte le persone che lottano contro le ingiustizie. Sono con voi» (Romelu Lukaku)

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