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Il momento è catartico

Una squadra senza personalità e gioco
La partita del Pescara disputata contro il Bari ha rafforzato l’idea che i biancazzurri sono una squadra senza gioco e personalità. E dopo quattro mesi di lavoro con il nuovo allenatore questo è l’aspetto più negativo di questo inizio di stagione.
Il Pescara, quando gioca nel campionato di serie B, non può giocare come una provinciale qualunque, non è accettabile per il blasone recente della squadra e per la qualità tecnica dell’organico a disposizione di Baroni. Può perdere, ovviamente, ma non può giocare partite come contro il Carpi e il Bari.
La mancanza di gioco è sotto gli occhi di tutti analogamente alla mancanza di personalità e a questo non giova verto che la squadra non sia in grado di esprimere nemmeno un capitano.

Il momento è catartico
Potrebbe giungere in soccorso il mantra di Flavio Oreglio, noto cabarettista italiano. Ci sarebbe bisogno di una catarsi, una vera e propria cerimonia di purificazione per ricominciare tutto dall’inizio, ricordando che la catarsi perché sia tale richiede il sacrificio di un capro espiatorio…
Giocare con dieci calciatori dietro la linea della palla non appartiene al credo calcistico pescarese di oggi e di ieri, soprattutto Baroni non è stato ingaggiato per questo. Dunque si cambi registro immediatamente, fin dalla prossima partita e, reiterando la richiesta della scorsa settimana, si chieda al tecnico di portare la nave fuori dalle secche in cui si è arenata, altrimenti si compiano gli atti dovuti.

Poca luce e molte ombre
C’è poco da salvare nel Pescara di questi ultimi tempi. Il solito Politano, uno dei pochi in grado di “accendere la luce”. Un sempre più sorprendente Melchiorri che, partita dopo partita, sta conquistando consensi crescenti. Il ritrovato Memushaj che, anche se impiegato in un ruolo che non gli appartiene, sta dimostrando di aver superato l’infortunio, candidandosi a recitare un ruolo da protagonista.
Infine, l’ingaggio di Pasquale Marino da parte del Vicenza rende più semplice, soprattutto perché meno oneroso per la società, intervenire sulla conduzione tecnica della squadra. Il tempo delle attese è giunto al termine. La squadra può e deve giocare un buon calcio e conquistare punti, altrimenti tutti ci attendiamo, salvifici, cambiamenti.

Calcio. 1898-2010. Storia dello sport che ha fatto l’Italia, John Foot

La narrazione della storia del calcio italiano di John Foot, dalle origini fino ai nostri giorni, è una lettura piacevole e utile. Piacevole perché attraversa un secolo di accadimenti sportivi con una scrittura sempre in bilico tra cronaca sportiva e narrativa, e utile perché oltre a fornire molte informazioni specifiche, racconta antropologicamente anche un pezzo di storia del bel paese.
Si parte cronologicamente dal primo campionato italiano che si disputò a Torino nel maggio del 1898 in un solo giorno, ma subito dopo la navigazione continua per temi. Uno sviluppo verticale che consente di approfondire ogni tema con la libertà di focalizzare l’attenzione su ciò che davvero merita attenzione.
John Foot è un londinese che insegna Storia Italiana contemporanea a Londra che dichiara fin dall’introduzione a questa sua enciclopedica opera che il calcio italiano ha tante cose da farsi perdonare. A cominciare dall’acquisto del suo calciatore preferito, Liam Brady. Era il 1980 e la squadra responsabile di tale sacrilegio fu la Juventus. Le colpe maggiori però sono altre, innanzitutto gli scandali del calcio scommesse e di Calciopoli.
«Nel maggio 2006, gli italiani furono sconvolti dagli avvenimenti che si trasformarono nel più grande scandalo della storia dello sport, meglio conosciuto come «Calciopoli» oppure, occasionalmente, come «Moggiopoli», dal nome del suo protagonista principale, Luciano Moggi. Alcune settimane dopo, la Nazionale azzurra vinse la sua quarta Coppa del mondo. Nessuno scrittore avrebbe osato sperare in una così straordinaria combinazione di successo e squallore, abilità e corruzione».
Un inizio per niente politically correct che avverte immediatamente il lettore su ciò che l’aspetta. Una ricognizione completa e puntuale degli avvenimenti sportivi, ma contestualmente una lettura della società italiana che in questo calcio si rispecchia e si riconosce.
Foot introduce nella sua narrazione molte variazioni sul tema e la sua scrittura non ne risente e, anzi, lascia emergere dalla moltitudine dei protagonisti che hanno scritto la storia di questo sport il meglio e il peggio.
Al meglio appartiene «Concetto Lo Bello, il “Principe”, fu l’arbitro italiano più famoso di tutti i tempi. Autoritario, discusso, coraggioso, narcisista, diresse ben 328 partite in serie A tra il 1954 e il 1974. Lo Bello era anche un’icona dal punto di vista estetico. Alto, dall’aria distinta, impeccabile nel vestire, con il colletto bianco della divisa perfettamente stirato e il baffo sempre curato. Lo Bello riuscì, nel corso degli anni, a “importunare” tutti i grandi club, il che sembra indicare che fu quanto mai imparziale nel difficile mondo del calcio italiano».
Con Nicolò Carosio inizia invece il racconto del mondo della comunicazione sportiva, passando per Tutto il calcio minuto per minuto per approdare al miglior programma che è stato e continua ad essere è Sfide.
Una sezione significativa è dedicata al tifo e al pianeta autonomo rappresentato dai tifosi organizzati. Anche qui Foot racconta in modo crudo e diretto il carico di violenza, e in alcuni casi di morte, che accompagna le malefatte di gente senza scrupolo che rende invivibile luoghi che altrove sono solo e sempre luoghi al ritrovo e al divertimento. Il racconto qui si fa duro e propone una geografia aggiornata delle cattedrali che ospitano la follia di queste manifestazioni becere.
Violenza che in alcuni casi, isolati per fortuna, appartiene anche ai calciatori. Come per la Lazio della metà degli anni Settanta.
«Il sorprendente successo della Lazio nella prima metà degli anni Settanta – culminato con il primo scudetto della storia del club nella stagione 1973-74 – arrivò grazie a una squadra di ragazzacci, fascisti dichiarati, appassionati di paracadutismo e armati di pistola. Lottavano con le squadre avversarie dentro e fuori del campo – si scontrarono con i giocatori e lo staff dell’Arsenal all’esterno di un ristorante di Roma nel 1970 e con quelli dell’Ipswich negli spogliatoi nel 1973. E frequentemente facevano a botte tra di loro […] Al centro di questo gruppo pazzo, cattivo e pericoloso c’era proprio Giorgio Chinaglia».
Insieme al “peggio” c’è il “meglio” a bilanciare una narrazione che altrimenti sarebbe, forse, troppo sbilanciata e di parte. Le vicende umane e sportive di Gigi Meroni, piuttosto che quelle di Roberto Baggio o di Cristiano Lucarelli riconciliano con il bel calcio. Così come riconcilia con la vita la vicenda umana, prim’ancora che sportiva, che ha legato e lega tuttora Gigi Riva a Cagliari e alla Sardegna.
«Riva non abbandonò mai il Cagliari, malgrado le numerose offerte ricevute da tutti i grandi club, specialmente dalla Juventus alla quale il centravanti stava per essere ceduto nel 1973: ma lui rifiutò il trasferimento. La sua fedeltà alla maglia gli procurò affetto e stima eterni da parte dei suoi adoranti tifosi. La Juve – si disse – offrì sei giocatori in cambio di Riva […] Come scrisse Gianni Brera: “Lo scudetto del Cagliari rappresentò il vero ingresso della Sardegna in Italia”. Per lo scrittore Nanni Boi, Riva realizzò il “miracolo di unificare la Sardegna”, da sempre afflitta dalle divisioni interne».
Vicende e risultati sportivi che sostituiscono e rimpiazzano la politica e svolgono una funzione maieutica. Divengono un modello e un esempio da seguire.
Non poteva non esserci, con tutta la potenza della sua scrittura, Gioannin Brera che oltre ad offrire una lettura antropologica del Paese attraverso le diverse tattiche di gioco arricchisce il vocabolario della lingua italiana di nuove parole.
«Più di ogni altra cosa, Brera è famoso per l’invenzione di un nuovo linguaggio. Le sue iperboli linguistiche toccarono tutti gli aspetti del calcio. Molte di queste espressioni erano così azzeccate, efficaci o divertenti che sono diventate parte del linguaggio italiano, e non solo del gergo calcistico. Melina – il termine che indica il passarsi la palla per perdere tempo – è una delle sue invenzioni. Brera coniò soprannomi che colpivano – “Rombo di Tuono” per Riva, “Abatino” per Rivera eccetera – e che divennero persino parte della personalità dei giocatori coinvolti. Era unico, uno che poteva e non può essere copiato. Sono stati pubblicati anche dizionari sul suo calcio-idioma. Pochissimi uomini di penna hanno aggiunto così tante parole alla lingua scritta e parlata, e nessuno prima e dopo di lui ha più scritto con tale stile, eleganza e originalità sui ciò che una volta era il gioco più bello».
Un’opera dunque che diverte, rilassa e induce alla riflessione e che pur stigmatizzando i comportamenti di molti lascia aperta la porta alla speranza.
«A volte durante la stesura del libro, mi sono sentito come Malcom McDowell in Arancia meccanica. Sono stato costretto a guardare cose che, alla fine, mi hanno nauseato. Non pensavo fosse possibile, ma mi sono quasi disamorato del calcio […] Ma tutto ciò non è bastato per farmi smettere completamente di seguire il calcio. Mi sono tenuto in disparte e di fronte a certi episodi il tutto ha acquisito un senso. Per esempio guardare Roberto Baggio segnare il suo duecentesimo gol, o Francesco Totti esplodere uno dei suoi tiri potenti, o Lilian Thuram, per la millesima volta nella sua carriera, stoppare la palla, alzare lo sguardo e passarla elegantemente a un centrocampista. Questi momenti, e molti altri, hanno fatto del calcio il gioco più bello. Non può essere definito così, soprattutto in Italia, ma non tutto è ancora perduto».

Calcio. 1898-2010. Storia dello sport che ha fatto l’Italia, John Foot (2012, BUR Rizzoli, 624 pagine. 23,00 euro)

Bari-Pescara_28 ottobre 2014

Federico Melchiorri si conferma anche a Bari come una delle poche “luci” del Pescara di Marco Baroni. La speranza è che attorno a lui cresca anche il resto della squadra.

La sorpresa Aldegani con Memushaj. Poi il solito Melchiorri

Le pagelle di Bari-Pescara

12 Aldegani_7,125

9 Melchiorri_6,5

32 Memushaj_6,5

7 Politano_6,25

24 Selasi_6,25

20 Nielsen_6,125

14 Sowe_6,125

2 Pucino_6

17 Cosic_6

13 Zuparic_5,75

33 Grillo_5,625

8 Bjarnason_4,75

6 Appelt_4,75

1 Fiorillo_sv

Marco Baroni_5,125

10ª e 11ª giornata_26 e 28 ottobre 2014

Anche stavolta il turno infrasettimanale ha regalato sorprese. Alla decima giornata erano ben quattro le squadre appaiate in testa alla classifica, martedì sera hanno resistito soltanto il Bologna e il sorprendente Carpi. Quest’ultima formazione ha anche sorpassato la Virtus Lanciano nel numero delle reti segnate (21 contro 20), mentre le difese più perforate sono Trapani e Varese con 21 gol al passivo.

Nel doppio impegno ravvicinato (si giocava dopo tre giorni) hanno sempre Bologna, Carpi e Catania, mentre la Ternana ha sempre perso e Perugia e Pro Vercelli non hanno segnato nessun gol (il Perugia, però, non ne ha neppure presi). Dopo le tre della decima, nell’ultima giornata in trasferta ha vinto solo il Modena, come spesso accaduto in precedenza e a dimostrazione che in questa stagione il fattore campo ha una valenza superiore al passato. Quello di serie B è il campionato in cui si è segnato di più rispetto a tutte le altre categorie, con il 30% dei gol realizzato nell’ultima mezz’ora. Il Latina è la squadra con la serie negativa più lunga, non vince da dieci giornate. La Virtus Lanciano è la squadra che ha perso di meno, una volta sola.

Rigori. Gli ultimi tre rigori contro l’Avellino (in totale quattro) sono stati tutti sbagliati. Solo nell’ultima partita contro la Virtus Entella non sono stato concessi rigori pro o contro il Catania, anche se la media di penalty nella gare degli etnei resta impressionante. Ben otto (di cui sei segnati) a favore e cinque (uno sbagliato) contro. Ternana e Virtus Entella non hanno ancora usufruito di un rigore a favore, mentre a Livorno e Modena non ne hanno mai fischiato uno contro.

Dura solo un attimo la gloria, Dino Zoff

L’esordio letterario letterario di Dino Zoff non poteva essere migliore di questo: un’autobiografia essenziale così come essenziale è stato l’atleta Zoff e l’uomo Dino Zoff. Non a caso il libro è attraversato da alcuni figure totemiche come quella del padre di Zoff, il signor Mario, di Gaetano Scirea e del “Vecio” Enzo Bearzot. Un libro che vale la pena leggere perchè sono sempre rare le persone serie e in grado d’insegnare qualcosa. Dino Zoff è una di queste persone. Per chi vuole è a disposizione l’intervista con il capitano della nazionale iatliana campione del mondo nel 1982 in Spagna, nella puntata numero 8 di Calcio Totale.

Dura solo un attimo la gloria, Dino Zoff (2014, Mondadori, 180 pagine. 17 euro)

Pescara-Carpi_26 ottobre 2014

Al termine dell’umiliante 0-5 subito contro il Carpi, il calciatori del Pescara chiedono scusa per la loro prestazione ai tifosi biancazzurri.

Melchiorri merita una grande chance

Le pagelle di Vicenza-Pescara

9 Melchiorri_7,33

8 Aresti_6,16

19 Maniero_6,16

28 Lazzari_6

7 Politano_6

15 Salamon_6

25 Pasquato_5,83

6 Appelt_5,16

17 Cosic_5,16

2 Pucino_5,16

13 Zuparic_5

31 Guana_4,83

11 Zampano_4,83

8 Bjarnason_4,66

Marco Baroni_4,83

Vicenza-Pescara_17 ottobre 2014

In una partita da dimenticare l’unico aspetto positivo e da salvare è il gemellaggio tra le tifoserie del Pescara e del Vicenza. Un rapporto che sfida il tempo e diventa sempre più stretto.

Una squadra che non c’è

Alla ricerca della squadra perduta
La sconfitta di Vicenza c’informa molto sulla condizione attuale della squadra di Marco Baroni. Tre le problematiche più evidenti che la quarta sconfitta della stagione mette in rilievo: Il Pescara di Marco Baroni non gioca da squadra; Il gioco si basa quasi esclusivamente sulle giocate e la qualità dei singoli; Gli errori individuali si mescolano e confondono con gli errori collettivi.

Quattro mesi di lavoro, ma i frutti non si vedono
Dopo quattro mesi di lavoro il gruppo agli ordini di Baroni non è diventato una squadra. Quattro mesi sono infatti un tempo sufficiente per poter valutare e quindi esprimere un giudizio compiuto ed equilibrato sul lavoro sin qui svolto, e il giudizio non può che essere negativo. Sia in relazione ai risultati conseguiti sul campo sia in relazione alla qualità del gioco espresso. Risultati e qualità del gioco che ovviamente camminano affiancati. La squadra non ha un’identità tattica se non nello schierarsi, formalmente, con una disposizione che prevede 4 difensori, 3 centrocampisti e 3 attaccanti. In assenza di un gioco corale e di una strategia collettiva il gruppo si affida alle giocate dei singoli. Melchiorri, Pasquato e, soprattutto, in questa prima fase della stagione, Matteo Politano. A tutto questo si aggiungo evidenti errori tecnici, Pesoli e Cosic solo per citare due casi, che spesso condizionano anche il risultato della partita.

Serve un’inversione di tendenza, e serve in tempi rapidissimi
Le domande che aleggiano tra i tifosi e gli addetti ai lavori sono semplici: è una questione tecnico-tattica o una questione di mentalità? Ovvero il responsabile è l’allenatore, la cifra tecnica della squadra o è soltanto una questione di tempo? Domande che a Pescara ci poniamo da almeno da tre campionati. Ognuno ha la sua, personale risposta o spiegazione dei fatti. Nel calcio però, come nella vita di tutti i giorni del resto, c’è un metro oggettivo per valutare l’andamento delle cose: leggere i risultati ottenuti e ponderare questi con una valutazioni di merito che vada anche oltre i numeri. La classifica dice che il Pescara ha conquistato 9 punti in 9 partite, pochi, troppo pochi per la società, per i tifosi per la stessa squadra. Punti ottenuti non esprimendo un buon calcio, soprattutto mostrando un’estrema fragilità e una conduzione tecnica che non sembra irreprensibile. Tocca a Marco Baroni portare il Pescara fuori da questa situazione, se ci riesce in breve tempo bene, altrimenti bisogna prenderne atto e cambiare guida tecnica.

© 2022 Calcio Totale / Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Pescara il 03/09/2014 al n° 11. Registro della Stampa del Tribunale di Pescara n° 11-2014.

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